Luce e grano: la festa di Santa Lucia

di Angelo Cucco

Le feste sono pietre miliari che segnano il ciclico ritorno dell’anno, lo scandiscono dividendolo in frazioni e sono disposte secondo un criterio logico a cui, spesso, non facciamo caso. L’insieme delle feste lungo il corso dell’anno è detto calendario cerimoniale. Ogni comunità ne custodisce uno, più o meno articolato, che si crea e modifica nel corso dei secoli. Tanti fattori concorrono a strutturarlo: eventi storici, cicli degli astri, arrivo di culti, migrazioni e, non ultimi, i legami con la produzione . Per quanto riguarda i calendari attualmente presenti nei paesi siciliani due sono le influenze principali: il calendario liturgico cattolico ( nelle varie strutturazioni) e il ciclo produttivo (soprattutto del grano).
Questa piccola premessa per spiegare l’importanza che ha la festa di Santa Lucia, in quasi tutti i comuni dell’isola. Da un lato connessa al ciclo del grano e dall’altro antica festa del calendario liturgico che si inseriva nel periodo del solstizio di inverno. Santa delle messi e della luce dunque, dell’abbondanza e garante del ritorno della bella stagione. Santa della vista e aiuto nella carestia.
Cercheremo, per quanto possibile e senza pretese di completezza, di analizzare il culto di Santa Lucia in Sicilia e i riti che la coinvolgono.
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La figura di Lucia e la sua storia.

Lucia fu una giovane siracusana di nobili origini che visse tra il III e il IV secolo d.C. e che, scoperta cristiana dal promesso sposo, fu accusata al governatore Pascasio e da lui condannata prima ad aspri tormenti e poi alla morte. Lucia ci è presentata come una Santa della carità, dopo aver ottenuto la guarigione della madre presso la tomba di Sant’Agata decide infatti di alienare il suo ingente patrimonio in favore dei poveri. Ma è necessario aggiungere un altro particolare, durante la visita alla tomba agatina la vergine siracusana ha una visione\sogno in cui, Sant’Agata, le svela la sua missione e il suo futuro: Sarà per Siracusa ciò che lei è per Catania, morirà dunque martire. Prima di morire Lucia profetizzerà la caduta di Diocleziano e la fine delle inimicizie tra impero e cristiani. Un altro particolare interessante riguarda le torture subite durante il martirio, tra le altre, la condanna al postribolo e il presunto accecamento. Entrambe si concludono positivamente: non riescono a portala al postribolo perché diviene come “una colonna immobile” non spostandosi neanche quando attaccata a diverse pariglie di buoi e gli occhi ricrescono miracolosamente ed ancor più belli. La morte le sarà data per sgozzamento ma arriverà solo dopo aver ricevuto la Santa Eucarestia. Questi particolari, seppure telegrafici, ci saranno utili per districare alcuni nodi nel culto della martire. Ne aggiungo un altro: a Santa Lucia sono tributati diversi miracoli di fine carestia tra essi due sono spesso raccontati e famosi, uno avvenuto a Palermo (sebbene il racconto si trovi anche altrove) ed uno a Siracusa. Vale la pena soffermarci un attimo. Palermo versava in una terribile carestia e in città non c’era più frumento. Il giorno 13 dicembre i palermitani si trovavano radunati nella chiesa della Madonna di Valverde implorando la grazia ed arrivarono presso la vicina cala alcune navi cariche di frumento (3 o 1 secondo le versioni), i palermitani affamati consumarono il grano semplicemente facendolo bollire, da qui ebbe origine la cuccìa, presso la chiesa di Valverde si custodisce ancora oggi il simulacro ligneo di Santa Lucia che un tempo si vestiva con abiti ricamati. Anche Siracusa, nel 1647, era stretta nel morso della fame e della carestia ed i siracusani, sempre devoti alla grande martire, impetrarono la grazia. Nel Maggio Il vescovo mons. Francesco d’Elia e Rossi indisse in Duomo otto giorni di preghiere a Santa Lucia al termine dei quali, durante la messa, entrò in chiesa una quaglia e giunse la notizia dal porto che erano arrivate navi cariche di legumi e frumento, che vennero consumati bolliti anche in questo caso. Secondo un’altra leggenda, per altro riportata dal Pitrè, uno stuolo di quaglie caddero su Siracusa in tal misura da sfamare l’intera popolazione e da questo miracolo ebbe origine la festa di Maggio che a Siracusa è detta proprio Santa Lucia delle quaglie.

La ritualità attorno alla figura di Santa Lucia.
Innanzitutto la festa ufficiale cade il 13 Dicembre, giorno in cui per tradizione non si mangiano pane e pasta. Questo divieto alimentare è spiegato come forma di ringraziamento per i miracoli di fine carestia. Per sostituirli si prepara la cuccìa (dolce o salati) e anche le arancine, sformati di patate e panelle. Soprattutto a Palermo la festa è segnata dal grande consumo di questi alimenti. Tuttavia, può davvero il divieto alimentare spiegare del tutto questo uso? Ovviamente no. Non volendo mettere in dubbio l’origine del legame con il miracolo originale e il grano cotto in fretta, dobbiamo notare due aspetti: 1. si consumano semi che in potenza sono spighe e che come tali avrebbero potuto produrre abbondanza.

2. pietanze simili alla nostra cuccìa si consumano in altre occasioni calendariali in varie parti di Italia e non solo.

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La cuccìa è dunque un piatto denso di storia, più denso di quanto penseremmo. È fatto di semi, come dicevamo, non macinati e non contabili singolarmente: sembra indicare proprio la prosperità e l’abbondanza. Se aggiungiamo che nella tradizione siciliana tutto ciò che è inenumerabile e a chicchi assume il valore di portatore di buon augurio, la cuccìa sembra delinearsi in altro modo. Non a caso gettiamo riso sugli sposi, mangiamo lenticchie a capodanno, si lanciavano confetti e soldi in moneta per le feste di famiglia, a chicchi è anche l’uva reputata di buo auspicio ecc.
Il seme, idealmente morto, è invece carico di potenza, di vita. Una situazione che appare di stallo può convertirsi in favorevole e rigogliosa. Sono sempre semi quelli che, germogliati al buio, metteremo tra qualche mese negli altari del Giovedì Santo in parvenza di un piccolo campo in crescita.
Santa Lucia e la sua cuccìa non appaiono dunque svincolati da quel grande ciclo che è il calendario cerimoniale. La cuccìa mette in gioco un doppio rapporto da un lato con la Santa e dall’altro (e più antico) con le potenze del sottosuolo a cui si chiede protezione per il raccolto futuro…. un rapporto con i morti. Non a caso in molti paesi siciliani e pugliesi la cuccia si fa anche per i morti ed è detta grano dei morti. Perfino in Russia, racconta Propp nel suo “feste agrarie russe” , si preparano piatti di kut’ja (grano o riso bollito a zuppa) per onorare i defunti.
Grano non macinato, prodotto non finito, offerta. Quasi uno spreco rituale per ingraziarsi il futuro: mangiamo in abbondanza, offriamo, non maciniamo e vietiamo ad una parte del grano di fruttificare per propiziarci l’abbondanza.
Nella Sicilia contadina si credeva che fossero i morti a rendere possibile la germinazione del grano spingendo il seme da sotto terra e non a caso essi si festeggiavano all’inizio della semina e si scacciavano sotto terra, ritualmente, soltanto in seguito. La fecondità che viene dalle figure dei morti, la prosperità di cui sono dispensatori era celebre ai nostri padri, a Palermo essi portano dolci e giocattoli ai bambini, in altri luoghi soldini e piccoli ninnoli mettendoli nelle scarpe. Per i contadini portavano l’abbondanza. I morti e i santi erano le figure necessarie perchè “tutto andasse bene” nei campi, e bisognava ingraziarseli. Sarà dunque un caso che ai morti (a Palermo e non solo) si offra frutta secca e granaglie non macinate così come a Santa Lucia si offrono piatti di semente e digiuni dalla farina?
A Comiso, la vigilia della festa, si gettano dalla finestra della chiesa delle nocciole che i bambini corrono a raccogliere. La tradizione locale sostiene simboleggino gli occhi di Santa Lucia, tuttavia come non notare un’ulteriore analogia con quanto detto? Si tratta ancora una volta di semi, lanciati, ridistribuiti e offerti ( non a caso ai bambini, figure vicariali per eccellenza visto il loro status liminare). Santa Lucia, patrona contro le carestie, è onorata nel modo più classico: “sprecando” provviste in suo onore perché non manchino quelle nuove, perché i campi producano il necessario, perché torni il grano nelle dispense. Un po’ come San Giuseppe apre le porte alla rinascita primaverile, e le sue tavole ornate fanno mostra di fertilità perché la terra si svegli, così Santa Lucia prefigura quella rinascita mantenendo in potenza i prodotti.
L’ipotesi del significato augurale della cuccìa è confermato da alcuni usi ad essa connessi: la si prepara per voto personale e la si distribuisce, in alcuni paesi (come Castelbuono) il recipiente in cui si riceve deve tornare al proprietario sporco e mai lavato (toglierebbe Provvidenza), può essere benedetta in chiesa e consumarla è un atto devoto.
Il fatto che in alcuni paesi si sia dolcificata la cuccìa (con mosto, vino cotto, zuccata, cioccolato, creme, ricotta dolce o altro) non fa venir meno il valore simbolico che le attribuiamo, anzi lo potenzia. Il dolce infatti è da sempre al centro dei cibi che prospettano benessere essendo espressione massima dell’abbondanza. In una festa in cui non c’è pane (elemento rituale per eccellenza) o farinacei da poter zuccherare è l’alimento base a subire la stessa sorte. Ma il rapporto tra Santa Lucia e i campi non si esauriva il 13 Dicembre. Piccole immagini della santa venivano usate per le rogazioni o in caso di mancata pioggia o gravi malanni al raccolto, si inserivano in una piccola canna e si immettevano nel terreno (mettiri i cannuzzi). In suo onore colonne di muli si dirigevano in chiesa offrendo grano ( a Castelbuono questa processione d’offerta era detta sarcìa), il suo nome non mancava tra le litanie dei mietitori e degli spagliatori e spighe d’oro e d’argento ornano il simulacro siracusano. A Siracusa, inoltre, il ritorno della Santa dalla basilica del sepolcro è arricchito dalla processione di grandi candelabri carichi di arance, mandarini e limoni (classici simboli di augurio e fertilità).

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A Palermo si consumano anche le arancine. Aprire un discorso sulla loro origine sarebbe fuori luogo, ma notiamo come il loro uso, durante questa festa, coincide perfettamente nell’idea di richiesta di prosperità. L’arancina è tonda, fatta di innumerevoli chicchi (di riso) e arricchita da condimenti. Sembra proprio l’esaltazione di quanto finora detto.
Tuttavia il pane non è del tutto assente dalla ritualità luciana. In tanti paesi (come Gangi, Castelbuono, Palermo, Isnello, Valguarnera ecc.) esistono o esistevano pani dedicati alla martire, spesso però venivano consumati la notte prima (durante la preparazione della cuccìà) o il giorno successivo. Essi riproducono in massima parte degli occhi e sono detti ucchialieddi o ucchiuzzi (quelli di Castelbuono sono piccoli pani con al centro un oliva, ancora una volta un elemento simbolico). Il riferimento agli occhi è dovuto alle leggende sull’accecamento della Santa e la guarigione miracolosa che ne seguì e la vista è potenziata nel suo culto a tal punto che vedere lo scapolare di Santa Lucia poteva guarire da diverse malattie. Ma Lucia è occhio vigile, Lucia osserva.
Sulle Madonie si dice che deve guardare in più direzioni possibili per proteggere i campi e dunque nelle iconografie popolari è strabica. Lucia ha già un nome che richiama la luce, e che la collega al periodo dell’anno in cui si festeggia. Fino al 1582 era in uso il Calendario Giuliano e il Solstizio di Inverno cadeva proprio intorno al 13 Dicembre. I falò (vampi, paggliarotti) che rischiarano la vigilia di Santa Lucia in paesi come Cianciana, Valguarnera e Montedoro sono probabilmente da ricondurre proprio al periodo astronomico e solstiziale sebbene la trazione vuole che rievochino uno dei martirii subiti dalla Santa.

Un altro particolare del martirio, le diverse pariglie di buoi che non la riuscirono a spostare, le darebbe il patronato su chi ara, sugli aratri e sui buoi. A Santa Lucia ci si rivolgeva quando i buoi non camminavano, quando il terreno non si dissodava e nelle difficoltà dell’aratura. Mentre arava, non a caso, il contadino castelbuonese, trovò una miracolosa effige della Santa (la festa di questo ritrovamento si colloca l’ultima settimana di settembre ed ha i caratteri di un ringraziamento agrario).
Avendo sognato S.Agata e avendo ricevuto e fatto profezie era, ed è, inoltre invocata per divinare il futuro e avere risposte nei sogni. Santa Lucia, santa della luce in un periodo invernale oscuro, è investita del compito di dissipare i dubbi e le tenebre, di risolvere misteri. Santa Lucia può vedere oltre, ha occhi che superano gli occhi umani ed è per questo chiamata con affetto cummari nel senso più profondo: il devoto si affida alla Santa con il rapporto più alto esistente in Sicilia tra due persone non facenti parti dello stesso nucleo familiare ossia il commaratico\comparatico.

Non ci dilungheremo sulle feste celebrate, in tutta la Sicilia, in onore alla Santa, sulle tredicine, le ottave, le novene cantate, su campane che suonano per l’intera notte, sulle processioni e i fercoli. Ma ricorderemo almeno l’uso particolarissimo dei carri animati a Belpasso che, aprendosi gradualmente, mettono in scena la vita della Santa.

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Concludiamo con un’orazione molto diffusa in diverse versioni e detta Misteru di Santa Lucia, usata un tempo contro i mali degli occhi:

Santa Lucia
nta na cammira sidia
passavi la Virgini Maria
chi faciti Lucia?
“Matri haiu un duluri nta l’occhiu”
“Lucia va na lu ma ortu
pigghia pampini e finocchiu
cu i ma manuzzi li chiantaiu
cu a ma vuccuzza li binidiciu
cu li ma piruzzi li scarpisaiu
siddi è purpu si ni va
siddi è sangu squagghierà!”


Note:
1 Cfr. Brelich A., Buttitta I.E., 2015, Introduzione allo studio dei calendari festivi, Editori Riuniti
2 Cfr. Propp V. Ja, 1978, Feste Agrarie Russe, una ricerca storio-etnografica, trad. it a cura Bruzzese R., Edizioni Dedalo.
3 Cfr. Buttitta I.E., 2006, I morti e il grano. Tempi del lavoro e ritmi delle feste, Meltemi Editore srl.

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